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I.F.A.A.

di Giuseppe Guarino

La voce calda di Alice ne accompagnava i movimenti, sicuri ma eleganti, mentre spostava l’enorme tenda che proteggeva la camera dall’intrusione dei raggi solari mattutini. La luce fu subito intensa e lo colpì nonostante le parole della donna cercassero di mitigarne l’effetto traumatico.
– E’ una bella giornata. Il 25 di Maggio. La temperatura fuori è di circa 20 gradi. Nessun evento di rilievo internazionale o nazionale merita la tua attenzione. La colazione che hai richiesto ieri sera è pronta. Desideri che te la porti a letto o preferisci andare in cucina?
– Voglio dormire ancora un po’. Faccio colazione fuori forse. Adesso non lo so.
Il tono dell’uomo era aspro. Troppo nettamente contrapposto alla gentilezza della donna.
Si rivoltò nel letto, e con il lenzuolo si coprì fino ad oltre il capo.
Il tono di voce della donna non subì la minima flessione.
– La colazione ti aspetta di là. Chiamami se la vuoi portata a letto. Desideri che continui con il prossimo punto del programma mattutino o che salti anche quello e proceda alle faccende domestiche?
– No prosegui pure. Quello non sospenderlo.
La stanza era illuminata adesso da un’intensa luce che diretta com’era in modo obliquo, ne lasciava una parte in ombra. L’arredamento era scarno, essenziale.
La vetrata era ampia al centro esatto della parete che occupava. Nessun balcone o finestra a quell’altezza. Ma come compensava il panorama! La montagna innevata in lontananza accarezzava il profilo della città. Le ampie strade alberate si incrociavano con rilassante regolarità. Guardarle avrebbe dovuto rassicurarlo sul suo presente e sul suo futuro, certo come la regolarità degli incroci di quelle vie. L’architettura dei prodotti del suo secolo era un prodigio di ordine ed essenzialità, un po’ meno di bellezza.
Il letto era illuminato obliquamente in buona parte. Il bianco delle lenzuola risaltava. E della figura che lo occupava si intravedevano appena due gambe pelose che uscivano da sotto un lenzuolo che ovviamente avvolgeva una figura maschile, quella del nostro protagonista.
Due comodini erano posti ai lati del letto. Come quello erano in legno e color legno, di un marrone intenso. Dei libri li affollavano in maniera non consona alle loro dimensioni o ai bisogni di lettura che precede il sonno. Uno specchio oblungo, sostenuto da una semplice struttura in legno, completava l’arredo.
Marilyn comparve d’un tratto alla porta. Gli abiti erano i medesimi di Alice: un vestitino rosa trasparente soltanto, che stentava adesso a trattenere delle forme prorompenti. Al sentire la sua voce, Albert si voltò per guardare. Provò un brivido a rivedere quella figura tanto stupenda. Indossava un pigiama bordeaux di seta, molto elegante. Il suo impeto non gli impedì di toglierlo frettolosamente e farlo volare in terra, mentre la donna si avvicinava a lui con sguardi seducenti ed invitanti movimenti della bocca e dei fianchi.
Un’ora dopo l’acqua fresca della doccia mattutina lo risvegliava definitivamente, rieducando tutti i suoi sensi alla vita. Non amava l’acqua calda. Nemmeno quella tiepida. Una volta deciso di svegliarsi amava farlo sul serio e una doccia fresca era la maniera migliore e definitiva per concludere il sonno e destare i sensi alla vita.
Alice gli porse l’accappatoio e lo aiutò ad asciugare la schiena e i capelli. Lo accarezzava dolcemente nel farlo ed era amorevole come la prima volta che lo aveva fatto, quattro anni prima.
– Finalmente potrai fare colazione. – Disse.
– Non so se mi va. – Ribadì l’uomo con palesemente l’unico scopo di frustrare le aspettative della donna.
– Fai pure come meglio credi, caro. Io ti aspetto un po’ di là. La tavola è pronta. Se desideri che io faccia colazione con te dimmelo e se vuoi cambiare il menu sei ancora in tempo, posso cucinare qualche altra cosa. Anche se devo dirti che sei un po’ in ritardo sul programma mattutino e così rischiamo di pranzare più tardi. Ma farò del mio meglio per recuperare del tempo durante le faccende domestiche previste per oggi.
La donna era sulla trentina. Alta quanto lui, circa un metro e ottanta. I capelli neri e lunghi arrivavano fino a quasi il fondo schiena, le scendevano con eleganza lungo le spalle facendo da cornice al viso ed alle sue forme. Gli occhi erano di un nero intenso, molto bello, contrapposto al rosso naturale delle labbra. Il corpo nudo di lei si conduceva con disinvoltura nonostante le forme generose. Sebbene l’avesse scelta lui stesso a quel modo e lei rispondesse ai suoi canoni di bellezza, da un po’ di tempo a questa parte provava anche per il suo aspetto un senso quasi inspiegabile di “disagio” e di insofferenza. Era bellissima, ma era stanco anche di questo.
Le mani di lei accarezzavano dolcemente il corpo di lui accompagnando i movimenti con una voce calda e rilassante che lo aggiornava con gli andamenti del mercato asiatico e con notizie di cronaca.
– Rivestiti, ti prego. – Disse alla donna infastidito, come per sottolineare un errore di lei. – Preferisco incontrarti per casa vestita come si deve.
– Hai delle preferenze? Vuoi anche che mi trucchi?
– Fai quello che vuoi.
Tolse le mani della donna di dosso con decisione e si rese conto di essere riuscito a tollerarle solo perché era stato assorto nei suoi pensieri.
Rimase ancora un po’ in bagno.
Specchiandosi malvolentieri fece la barba, alla vecchia maniera, quella che gli piaceva tanto, con schiuma e rasoio. La soddisfazione dello scorrere della lama sulla pelle veniva, però, frustrato dall’incontro del suo stesso sguardo nello specchio. Era invecchiato. Da poco aveva passato i quaranta. Non gli piaceva più la sua faccia, né la sua espressione. Il mento non era più definito come un tempo, ma solo testimone di quei chili in più che sembravano appesantire non il suo corpo soltanto ma anche la sua anima. Il naso era ingrassato anche lui, ma come era stato possibile? E gli occhi. I suoi occhi non erano più gli stessi, non bruciavano di rabbia e di forza come un tempo. Dentro di lui adesso bruciava monotona una fiammella costante e misera, sufficiente a tenerlo in vita, ma non a dargli la forza per ribellarsi. Ma a cosa poi? Per anni aveva lottato per raggiungere i traguardi che sognava da ragazzo. Le sue pubblicazioni andavano discretamente bene, anche a distanza di anni dalla loro apparizione e nonostante lui ormai si rifiutasse di comparire pubblicamente. Gli fruttavano un guadagno costante e più che dignitoso. Economicamente la sua vita aveva raggiunto un ottimo standard.
Poi la decisione e Alice. Gli era parso un passo quasi inevitabile. L’aveva scelta e voluta secondo i canoni che richiedevano i suoi gusti. Era perfetta per lui e quel giorno che la portò a casa con sé non aveva dubbi sulla opportunità del suo passo.
Adesso ne dubitava.
Staccò gli occhi dallo specchio interrompendo le sue riflessioni e terminò di radersi. Trovò i vestiti sistemati sul letto e li indossò. Passò accanto alla cucina senza fermarsi. Si richiuse dietro la porta di casa senza dire una parola: aveva preso la sua decisione.

La giornata era bella. Il sole era tiepido e piacevole. Camminare era stata una scelta giusta. Odiava le automobili. La sua era in garage da tanto tempo ormai che dubitava persino che potesse più funzionare. Eppure era sempre il mezzo preferito da tre quarti della popolazione mondiale, come lo aveva aggiornato Alice di recente a seguito della pubblicazione dei dati statistici di marzo.
Alice era ormai la sua unica fonte di informazione, di contatto con l’esterno, con quello che accadeva nel mondo. La tv lo lasciava indifferente, mentre sembrava fosse l’occupazione più rilevante per la maggior parte della gente. Era addirittura con sospetto che veniva guardato quando ribadiva pubblicamente di non avere una tv in casa propria.
Ecco invece che il suo mondo compariva di colpo, la libreria dall’altra parte della strada che incrociava dopo pochi passi da casa sua. Non era un caso che avesse scelto quell’abitazione. Fra tutte le cose che lo avevano colpito, vi era stata la possibilità di una libreria tanto fornita nelle vicinanze.
Vi entrò con entusiasmo. Il personale del negozio lo conosceva e rispettava. I suoi libri andavano piuttosto bene e c’era un senso di riverenza nei suoi confronti in quel luogo che gli dava sicurezza e gratificazione. Spesso quando sedeva al tavolo a sorseggiare un caffè, era accaduto che qualcuno si avvicinasse con una copia di un suo libro per un autografo. La cosa non lo aveva mai infastidito, anzi, a volte sembrava che il sedere lì in quel luogo e il tempo trascorso indugiando nel bere il caffè o nel gustare le ciambelle, fosse solo un pretesto per incontrare il suo prossimo lettore o lettrice.
Sedette al tavolino opposto alla sezione “nuove uscite” come faceva di solito e attese che la cameriera si avvicinasse per prendere l’ordinazione.
– Buongiorno signore. Come va oggi? Anche oggi non ha fatto colazione a casa? Cosa prende?
La ragazza era una giovane studentessa di filosofia per la quale lui aveva un debole. Era carina, bionda con degli enormi occhi azzurri. E magrissima. Le dita fini sembravano fragilissime mentre tremavano nello scrivere la scarna ordinazione.
– Dai dimmi la verità, – disse con entusiasmo sorridendo. – E’ uscito qualcosa di nuovo che vale la pena leggere?
L’intelligenza di quella ragazza e il suo spiccato senso critico lo mettevano di buon umore. Si, anche qualcosa nella sua figura suscitava in lui una sensazione piacevole nel sentire la sua vicinanza.
– Niente che valga la pena di leggere.
Lui rise.
Tempo addietro le aveva chiesto cosa ne pensasse dei suoi libri. Lei espresse dei veloci apprezzamenti, ma lui la invitò a sedersi. Le disse che la stimava e che apprezzava e condivideva spesso i suoi giudizi sui libri e che quindi voleva una opinione onesta sui suoi. Le parole che lei disse furono motivo di divertimento per entrambi, di riso sincero. Lei disse che i suoi libri facevano schifo. Aveva provato a leggerli, ma non era riuscita ad arrivare nemmeno alla fine. Fu la conferma sull’intelligenza ed il buon gusto della ragazza. Nemmeno a lui piacevano i suoi libri. Ma c’era una cosa che li rendeva per lui tanto speciali: i soldi che gli facevano guadagnare. Fu quel giorno che le consigliò di scrivere brutti libri purché fruttassero tanto, piuttosto che bei libri che sarebbero marciti nei cassetti, sulle scrivanie, o peggio nei cestini, di qualche editore. Scrivere era un lavoro come un altro e sai farlo bene davvero solo se guadagni: era questa la sua cinica filosofia. In qualche modo però immaginava che le sue conversazioni, le sue opinioni, i suoi libri e i suoi consigli, sarebbero tutti finiti dentro i libri belli e di successo che quella ragazza di poche parole avrebbe certamente scritto. I suoi occhi, vivi ed attenti, sembrava assorbissero la vita e un giorno tutto quel materiale raccolto sarebbe stato ordinato e messo per iscritto, lui ne era certo.
La ragazza tornò velocemente al banco, dando la sua ordinazione.
I tavoli erano piccoli e rotondi. Erano disposti senza un ordine preciso appena entrati, sulla destra, proprio di fronte alla zona ristorazione della libreria che si concludeva bruscamente senza pretese, appena dopo, con quei dispositivi antifurto verticali che segnavano l’ingresso nella libreria vera e propria. Accanto ad uno dei dispositivi, la cassa con una signorina ferma e immobile che come quella sembrava mettersi in funzione soltanto quando arrivava un cliente.
– Non da un’occhiata in giro oggi? – disse la ragazza, che certamente aveva notato come il solito giro mattutino della libreria era stato saltato.
– Oggi è una giornata importante. – disse Albert sistemando la tazza e le ciambelle a portata di mano.
– Si? E cosa accadrà?
– Oggi mi libererò di quell’essere … no, di quella cosa che ormai da troppo tempo si è impadronita di me e della mia casa.
– Ho capito. Si vuole liberare di sua moglie.
– Che brutta parola: moglie. Io non la definirei così.
– E’ la definizione comune.
– Io la rifiuto.
– Lei la rifiuta ma è la definizione comune di quella “cosa”, come la chiama lei, che occupa la sua casa e la sua vita. E come pensa di fare?
– Torno dove l’ho presa, parlo con il mio amico, carissimo amico e compagno di università, Andrè e vediamo di dismetterla o di restituirla.
– Io non credo che sarà una cosa tanto facile come dice lei. Comunque le auguro buona fortuna.
La ragazza si allontanò, lasciandolo alla sua colazione e ai suoi pensieri. L’affermazione della ragazza aveva portato con sé la riflessione che adesso cercava di farsi strada a fatica fra la determinazione e l’entusiasmo.
I bocconi furono lenti. Dall’esterno avrebbe dato l’idea di un uomo che assaporasse il proprio cibo. Ma la realtà era un’altra. I sapori infatti erano totalmente ignorati, lo sguardo fisso verso il vuoto e l’espressione immutabile erano quelli di un uomo assorto nei suoi pensieri. L’euforia e la determinazione di prima si erano tramutati in riflessione. La sua mente era un accodarsi, uno strattonarsi, uno spingere, un passare avanti ed un correre indietro di ogni tipo di idee; una confusione tale ed un volume tale di possibilità, considerazioni, speranze, delusioni. In quei pochi attimi, il suo cervello sembrava stesse vivendo l’intensità e lo stress di giorni, o addirittura mesi. Il suo io, messo da una parte, era spettatore di quanto stava accadendo nella sua mente e quando tutte queste riflessioni, considerazioni, speranze e delusioni placarono la loro foga e si voltarono tutti a guardarlo, egli non riuscì a partorire le conclusioni che magari loro si aspettavano. Prendeva atto del fatto che vi fossero, adesso di più non poteva fare. Doveva solo andare avanti in ossequio ad un suo principio di vita che aveva adottato anni addietro e che lo aveva sempre seguito e che riteneva vincente: ponderare un’azione, maturare la convinzione di volerla mettere in atto; una volta avviato il processo, non mettere più in discussione la decisione presa, ma attuarla e basta.
Recuperando quel sano suo personale principio di vita si affacciò al balcone del cortile della sua mente esclamando: zittì tutti! Improvvisamente fu quiete assoluta.
Portò alla bocca quel ultimo boccone che chissà da quanto penzolava dalla sua forchetta. Lasciò sul tavolo il solito importo ed uscì. Voltandosi, mentre passava la porta scorrevole, vide che la ragazza prendeva i soldi dal tavolo e li metteva nella tasca del grembiule con la solita eleganza. Dalle mani dentro le tasche del grembiule il suo sguardo salì fino al seno. Dal seno alle spalle. Dalle spalle al collo. Dal collo al viso. Agli occhi. Quando si voltò ne ammirò le forme del sedere e delle gambe e l’eleganza e la sicurezza della sua camminatura nonostante fosse occupata a portare piatti e bicchieri al bancone. La porta scorrevole urtò contro il suo corpo facendolo sussultare. Causando anche un certo rumore. La ragazza si voltò verso di lui e rise per la sua ridicola postura, ma lo faceva con affetto e tradendo simpatia. Lui fece un cenno con la mano di saluto. Lei lo ricambiò.
Avrebbe preso un mezzo pubblico o avrebbe camminato fino alla sua destinazione? Qual’era la maniera più sicura di non incontrare gente che conoscesse? Odiava i taxi. Non ne prendeva mai. Eppure quello era il modo più sicuro per non imbattersi in nessuno. “Cosa fare?” – Si chiese. “Prendere un taxi” – Si rispose. Tirò fuori dalla tasca il cellulare e selezionando un numero dalla rubrica, richiese un taxi alla voce squillante ed entusiasta di una sconosciuta signorina che lo informò diligentemente sul fatto che il taxi sarebbe arrivato lì in meno di due minuti.
Salì lentamente appena quello si fu accostato. La portiera si era aperta accompagnata da una voce che lo invitava a salire a bordo del taxi da lui prenotato.
– Benvenuto. Questo è uno dei confortevoli e sicuri taxi della Cabcorp Inc. Il nostro personale è a sua completa disposizione.
Se è vero che uomini e donne siamo uguali, perché le voci preregistrate sono sempre femminili e in tono suadente da donna che ha appena raggiunto l’orgasmo? Qual è l’utilità di innalzare tanto inutilmente la tensione sessuale della nostra generazione?
Si mise comodo. Quando alzò lo sguardo incontrò gli occhi del tassista nello specchio retrovisore.
– Buongiorno. Dove la porto? – Chiese.
– Palazzo delle Fiere in centro.
– So dov’è.
– Non mi aspettavo meno da lei. – Fece eco Albert, che non era così interessato ai commenti gratuiti e personali degli autisti di taxi.
La macchina rimase immobile e si accorse dallo specchietto retrovisore che gli occhi del tassista erano ancora puntati su di lui.
– Si, sono io. E’ stupefacente che dopo tutti questi anni che non appaio pubblicamente qualcuno si ricordi ancora di me. Ne sono lusingato.
Nonostante le sue parole lo sguardo dell’uomo era fisso su di lui.
– Qualcosa che non va? – chiese mentre stava per cominciare ad innervosirsi.
– So che non ti puoi ricordare. Sarebbe impossibile.
L’autista si voltò per farsi vedere in viso. Come se il vederlo avrebbe dovuto suscitare nel passeggero il ricordo di qualcosa. Evidentemente, era questa la speranza dell’uomo, ma era stata subito delusa. Albert non era mai stato un granché fisionomista. Non che non avesse memoria. E’ che la gente che gli passava davanti lo lasciava di solito totalmente indifferente. Non riusciva a provare entusiasmo per nessuno a sufficienza da fargli ritenere necessario ricordarne il volto. Non vi erano fatti o eventi ai quali poteva immaginare di dover associare il volto così anonimo di un autista di taxi.
Stranamente pensò alla ragazza del bar. Il volto di lei avrebbe potuto disegnarlo o descriverlo nei minimi dettagli.
L’autista gli dava del tu. Era una libertà che molti che avevano letto i suoi libri si erano già presi in passato. Chissà perché la gente si sente di essere amica, in un qualche modo intima agli autori della musica che ascolta, dei libri che legge, dei film che guarda, illudendosi che quel senso di familiarità possa essere in qualche strano modo reciproco.
– Guardami bene. Non mi riconosci?
– Sei un ex produttore caduto in disgrazia perché non hai riconosciuto il mio genio?
– Eravamo insieme alle scuole superiori, non ti ricordi di me?
Ecco un periodo della sua vita che aveva completamente rimosso dalla sua memoria. Proprio non riesce ad immaginare se stesso seduto fra i banchi di una classe a rispondere a delle domande ed ad essere valutato per le sue risposte. Mentre si era sempre trovato a suo agio a fare il contrario, passando sempre per un presuntuoso arrogante. Cosa che rispondeva perfettamente alla realtà dei fatti.
– No. Non mi ricordo. – Disse con tutta onestà.
Sperava davvero che la sua assenza di entusiasmo contagiasse a questo punto il suo loquace autista. Purtroppo, con suo sommo dispiacere, non fu così.
Aveva ben sperato mentre vedeva che dopo quella prima affermazione l’uomo si era sistemato bene sul suo sedile ed aveva avviato l’auto verso la destinazione. Ma una volta sicuro sulla strada aveva cominciato a parlare.
– Ti ho sempre seguito. Ti vedevo in tv e ho comprato i tuoi libri. Io non sono un grande lettore ma mia moglie li adora. Li ho tutti sai. Non li ho letti, è vero, Ma mia moglie me li ha raccontati per filo e per segno.
La voce di quell’uomo lo distraeva dai suoi pensieri. Lo infastidiva. Cercava di ignorarlo sperando che capisse.
Ma lui non capiva: le occhiate rapide che lanciava dallo specchietto revisore evidentemente non erano sufficienti.
– Eri un tipo strano a scuola, ma credo fosse dovuto al fatto che eri intelligente e diverso da noi. Non ti capivo allora ma ti ho invidiato poi, quando ho visto che sei diventato uno scrittore di successo. Io invece, con la mia modesta istruzione non ho potuto aspirare a molto di più di questo lavoro di tassista, che paga discretamente ed è sicuro almeno. –
La vita è una gara. Parti da solo. Pian piano ti si affiancano altri che corrono con te, per lunghi o brevi tragitti. E dai più spinta perché preferisci vederli dietro e mai davanti. E quando incontri qualcuno dopo tanti anni, non godi del fatto che lui sia rimasto indietro, quanto della consapevolezza di essere andato tu così avanti.
In un certo senso si sentiva di stare vincendo la corsa della vita, di essere davanti a tutti coloro che si erano affiancati a lui durante il suo cammino, per molto o per poco tempo.
Guardò alla sua sinistra. Avvertì il senso della velocità dell’auto, impercepito altrimenti per la marcia sicura e silenziosa.
Vide le botteghe scorrere veloci e la gente che correva ai propri affari, rimanere indietro come se fosse ferma, immobile.
Per definirsi davvero in movimento occorre che vi sia un punto immobile al quale riferirsi. Per dire di stare andando veloci, bisogna vedere altri che vanno lenti. Per vincere ci deve essere qualcuno che perde.
– E la vita come è stata con te, Albert? – chiese il tassista.
Che domanda inaspettata! Che domanda incomprensibile! Fino ad adesso aveva cantato le sue lodi, il suo successo. Cosa voleva sentirsi rispondere? Voleva un estratto del suo conto corrente o una lista delle sue proprietà?
– Io non mi posso lamentare. Ho una bella moglie…cavolo, forse te la ricordi. Era con noi in classe. Ti ricordi di Anna. Quella ragazza biondina, timida. –
Raccontava ed era adesso euforico. Un entusiasmo che il suo interlocutore non solo non riusciva a condividere, ma che addirittura guardava con sorpresa non capendo del tutto il motivo di tanto entusiasmo.
– No che non te ne ricordi. – continuò l’autista – Non ti ricordi nemmeno di me. Era sempre seduta al primo banco. Certo è un mistero perché una donna così meravigliosa si sia innamorata di me, mentre io l’avevo sempre amata. Lei ha studiato sai. E’ la cosa più bella del mio lavoro, sai, che ho potuto farle completare gli studi in lettere che le piacevano tanto. Ora insegna sai. A volte mi sento un po’ inferiore perché lei ha un lavoro più importante del mio. Come te è una persona istruita, mentre io sono un povero tassista. Ma che ci posso fare. Abbiamo due figli maschi e una femmina. Sono il mio orgoglio. A volte penso, la sera quando vado a letto e la vedo dormire accanto a me o la sento ancora in cucina, che sono l’uomo più felice che ci sia al mondo…-
Non si fermava. Parlava ancora. Parlava. Parlava. Parlava. Basta! Era troppo. Quell’assurdo sproloquio adesso lo aveva messo di malumore e l’aveva decisamente indisposto.
– E quando mia figlia si è laureata, immagina cosa ha detto il Rettore….
E alle parole intervallava grandi risate ed ora la cosa più evidente dallo specchietto retrovisore erano i denti malfermi e poco curati di quel tassista tanto entusiasta della sua vita privata.
“Ma posso credere che il bastardo”, pensò Albert, “non riesce a vedere che non me ne importa nulla della sua schifosa vita.”
– E mio figlio adesso lavora per una società di computer….-
La sua risata di soddisfazione e i suoi sguardi adesso, erano di soddisfazione. Era come se adesso fosse quel piccolo uomo a sentire di dovere guardare indietro nella corsa della vita per vedere lui. Ma non era così, non era possibile. Quel tassista morto di fame era solo un tassista morto di fame.
L’auto si arrestò. La portiera si aprì. Pagò velocemente e scese.
Il palazzo delle fiere era maestoso. Le maggiori società della città vi avevano sede. Tre torri si levavano verso il cielo a sfidare gli dei ed ad esaltare l’uomo o a trovarsi a metà strada. Dei tunnel a mezz’aria li collegavano. Erano due anni che non vi si recava più regolarmente come un tempo. Qui era il suo albergo preferito. E il suo ristorante preferito. E l’ufficio del suo agente. E la sua banca. Insomma se nostalgia riusciva a provare per qualcosa, doveva provarla per questo posto al quale così tanti momenti della sua vita erano legati.
Era lì che aveva conosciuto Walter ed era lì che aveva deciso di Alice. Ora era lì che doveva decidere il suo futuro ed era intenzionato a farlo presto ed in maniera risoluta.
Attraversò la hall con sicurezza, sapeva dove dirigersi. Ascensore numero quattro, piano nono. Rifletteva adesso sul fatto di non avere preso in realtà nessun appuntamento e che non sarebbe stato facile oltrepassare la primalinea: la terribile segretaria che stava alla guardia dell’ufficio.
– Lei non ha un appuntamento.
Quello era un cane da guardia più che una segretaria. Il suo muso grasso ricordava quello di un pitbull. Più che parlare sembrava ringhiare. Era un cane da guardia!
– Glielo dico con garbo per la terza volta. – provò a ringhiare Albert a sua volta, – il sig. Valentino mi riceverà. Si curi solo di dire che sono qui.
La donna tornò a cuccia. Prese l’interfono e parlò in vivavoce, con il chiaro intento di dimostrare al suo interlocutore che il suo capo non poteva riceverlo.
– Signorina, non ci sono per nessuno.
A queste parole il volto della segretaria fu illuminato da un sorriso di soddisfazione. Dal movimento delle labbra, volutamente rallentato ed evidenziato, l’uomo capì: – che le avevo detto!
– Di chi si tratta comunque. – chiese inaspettatamente la voce dall’altra parte dell’interfono.
L’uomo sovrappose la sua voce: – Albert D’Amico.
La donna non potè che ripetere a voce alta: – Albert D’Amico.
– Davvero? Lo faccia entrare subito. E’ da molto che aspetta?
Le era stata appena messa al collo la catena e l’osso le era stato portato via con sadismo. Il sorriso rimbalzò quindi dalla sua faccia a quella dell’uomo che scandì con le labbra un insulto di modesta entità all’indirizzo della donna. Si voltò e si diresse sicuro verso la porta d’entrata dell’ufficio.
Bussò.
Non udì nessun “avanti” per invitarlo ad entrare, ma dopo qualche attimo la porta si spalancò. Lo accolse un uomo sorridente con una mano protesa.
– Ma è un piacere! Perché non mi hai detto che saresti venuto, avremmo programmato un pranzo insieme.
– Non sapevo neppure io che sarei venuto.
Era la verità.
Fu invitato ad entrare. L’ufficio era lussuoso. Arredato con buon gusto, ma più che con quello, con tantissimi soldi. Fu invitato a sedere sul divano mentre Mozart faceva da sottofondo. Gli venne offerto qualcosa da bere. Accettò volentieri.
– Cosa ti porta qui Albert? – chiese l’uomo dopo essersi tuffato a sua volta sul divano di fronte.
– Ho un problema e sono certo che tu sei la persona che può risolverlo.
– Dimmi.
– Ti ricordi di quell’acquisto che ho fatto da una delle società che rappresenti?
– Come no? Il modello migliore sul mercato allora. Stupendo. Sai che anche a distanza di tanto tempo è tutt’ora un modello che trattiamo e che va per la maggiore?
– Non la sopporto più.
– Che vuoi dire non la sopporti più? Ha dei malfunzionamenti? Comportamenti strani?
– No. Questo no. E’ perfetta in tutto e per tutto. Io non saprei spiegarlo…c’è qualcosa in lei che mi irrita, che mi rende la sua vicinanza insopportabile.
– Sai che non possiamo accettare resi se non per provati malfunzionamenti, guasti o altre dimostrate o dimostrabili condizioni che rendano il prodotto inadatto allo scopo per il quale è stato concepito ed acquistato.
L’amico aveva lasciato il posto al venditore.
– Io non so spiegartelo. Funziona come dovrebbe. Cioè si comporta come dovrebbe…
– Secondo me il tuo problema è che non hai mai avuto una moglie umana. Due ore con la mia e torneresti da lei felice di averla.
– Non è così semplice.
– Non te la prendere, cercavo solo di sdrammatizzare.
Seguì un certo silenzio. Albert aveva finito da tempo il suo drink e dondolava il bicchiere in mano nervosamente.
Il venditore si alzò, avvicinandosi alla sua scrivania. Premette il bottone che azionava l’interfono e disse con voce squillante.
– Signorina, dica per favore al dottor Sentino di venire nel mio ufficio.
Quindi tornò a buttarsi sul divano.
– Non sei il primo caso.
Albert fu sorpreso.
– Incredibile vero? Tanti anni di ricerche per ottenere il prodotto più perfetto possibile e quando lo si ottiene si scopre che non è adatto proprio in quanto troppo perfetto.
– Cosa vuoi dire? – chiese Albert.
– La chiamiamo I.F.A.A., insofferenza da felicità assoluta acquisita.
– Cosa?
– Purtroppo ci siamo trovati davanti a degli imprevisti. Abbiamo rimediato nei modelli seguenti a quello che hai acquistato tu e abbiamo sperato di non avere troppi reclami per quelli già venduti. E purtroppo tu sei fra quelli che a quanto pare hanno sviluppato questo senso di insofferenza.
– Io non so davvero spiegarmelo.
– I nostri psicologi ci hanno lavorato. Ho delle relazioni che ti farò avere in copia e che sono piuttosto interessanti. Questo per farti capire che non sei pazzo e non sei il solo ad avere avuto questa reazione.
Bussarono alla porta prima che l’eco di quest’ultima frase si dissolvesse dalle orecchie di Albert.
– Avanti, – disse con voce decisa l’uomo.
Le presentazioni furono veloci. La persona che adesso gli stava davanti seduto accanto al suo amico-venditore era uno psichiatra. Prese subito la parola appena il problema gli venne introdotto rapidamente dal venditore.
– E’ più semplice di quanto si possa immaginare: l’uomo non tollera di essere compiaciuto in tutto, di essere assecondato in tutto, soddisfatto a 360 gradi dalla persona che ha accanto. E’ la felicità assoluta che tutti desideriamo. Ma che nessuno in realtà ha mai ottenuto da nessun’altro essere umano. Le relazioni sono tormentate da liti, da incomprensioni, da frustrazioni. Il modello A215 da lei acquistato era ed è perfetto in ogni senso, per permettere il raggiungimento di quell’ideale rapporto amoroso, matrimoniale se vuole, al quale tutti aspiriamo. L’imprevisto era imprevisto ed imprevedibile proprio perché la perfezione non era mai stata raggiunta. Perciò è stato semplice definire questa reazione, la sua reazione, come I.F.A.A., insofferenza da felicità assoluta acquisita. Evidentemente, la felicità assoluta è un ideale al quale tendere per sopravvivere e non una maniera possibile di vivere. In parole povere: la felicità assoluta è insopportabile.
Quelle affermazioni erano stupefacenti. Da una parte spiegavano tutto. Dall’altra lo lasciavano fermo al punto d’inizio del suo problema.
– Cosa fare allora? – chiese Albert d’istinto. – Non dico di volere avere restituito quanto ho pagato, e nemmeno vi chiedo un indennizzo. Quantunque forse è meglio che di questo, a questo punto, viste queste assurde circostanze, si occupi il mio legale. Per adesso però vi chiedo una cosa: riprendetevela indietro. Fatene quello che volete. Ma portatela via da casa mia.
– Tu non guardi mai la tv vero? – chiese Valentino, come se la cosa fosse una colpa.
– No, non guardo la tv.
– Sono passati i tempi quando si poteva mettere in funzione e dismettere questi…questi prodotti. Le lotte degli ultimi anni li hanno portati ad avere dei diritti ed una dignità equiparata a quella degli esseri umani come noi. La loro eccessiva parvenza umana, la loro perfetta emulazione delle caratteristiche umana, ha reso fastidioso agli occhi di troppa gente la facilità con la quale si disponeva di loro.
– E’ una cosa: io l’ho comprata e adesso voglio disfarmene.
– Si. Però quella “cosa” esce da casa tua e va a fare la spesa. Quanti credi che sappiano che non è veramente umana? A suo tempo le esigenze dei nostri stessi clienti ci fecero spingere verso l’umanizzazione assoluta del prodotto. Anche questo si è, per così dire, rivoltato contro di noi.
– Volete dire che non posso disfarmene a piacimento mio?
– Voglio dire che quella “cosa”…da un anno a questa parte, è registrata e sebbene sia proprietà tua, ne può disporre di lei solo la comunità e solo per gravi e fondati motivi, ma non il singolo. Ha un nome. Ha un’identità.
Ci fu un lungo silenzio.
– Non posso liberarmi di quella cosa? Non posso riprendermi la mia casa? Non posso riprendermi la mia vita di prima?
– Diciamo soltanto che non sarà così facile. Riconosceremo le nostre responsabilità ed avrai tutta l’assistenza che riserviamo ai nostri clienti migliori. Anche se devi comprendere da subito che le condizioni contrattuali sono state interamente rispettate da noi e il nostro prodotto è perfettamente rispondente ai requisiti garantiti all’atto della vendita dello stesso.
– Soltanto…io non lo voglio più. Riprendetevelo, fatene tutto quello che volete.

Tre anni dopo.

Quella notte uscì sulla terrazza. Il cielo era limpido e stellato. La luna era così grande e visibile da sembrare una dominatrice assoluta sul resto dei corpi celesti. L’aria era appena fresca, piacevolmente fresca. Il buio tutto intorno alla casa era mitigato dalla luce lunare e stare lì a contemplare quel panorama era davvero rasserenante.
Chissà perché proprio stanotte non riusciva a dormire ed erano tornati a lui i pensieri degli eventi di quel tempo, ormai relativamente lontano.
– Cosa c’è? Stai male?
La voce della donna da dietro non lo fece ad un primo momento sussultare, ma andò poi perfettamente ad incastonarsi con la magia di quell’atmosfera. Era soffice e dolce come le mani che andarono a cingerlo e le labbra che sfiorarono il suo collo.
– Sto benissimo. – disse. – Forse mai stato meglio.